L’esperto risponde

L’esperto risponde: “Dalle emozioni alla relazione”

Questo mese la rubrica è affidata alle dottoressa Luisa Monaco che racconta il servizio di AIED relativo alla consulenza psicologica individuale. 

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Uno dei servizi che offre l’AIED è la consulenza psicologica individuale per valutare la possibilità di  intraprendere  un percorso atto a sostenere le problematiche riportate.

Negli ultimi tempi un tema centrale che spesso emerge è la resistenza alle emozioni , che spesso derivano dalla memoria di vissuti antichi e le conseguenze nelle relazioni interpersonali.

Nelle  relazioni, si accede all’altro, senza però avere una vera intimità e continuità con l’altro. La diffidenza è compagna di viaggio, apparentemente verso il mondo esterno, ma  in realtà ci si protegge  da quelle parti di se stessi che si reputano fragili e vulnerabili.Ci si protegge, probabilmente dall’ambivalenza tra una parte del proprio se che desidera amare ed essere amata e quella parte che rimanda alla fragilità e alla paura di lasciarsi andare, inoltre spesso emerge la tendenza a  congelare le proprie  emozioni,  evitando relazioni autentiche  per non subirne la possibilità di doversene poi separare

Nel percorso di consulenza,attraverso i colloqui,  si costruisce lentamente l’alleanza terapeutica proprio con l’obiettivo di accedere  ad un mondo di resistenze e doppi legami. Per questi  pazienti le emozioni appaiono come un pericolo. Spesso, una delle reazioni è mettere   in atto comportamenti che creano un accesso immediato all’altro, che “divori” la possibilità di stare con l’altro, una modalità  per evitare un’intimità profonda, una relazione autentica. Alla paura delle emozioni  però si affianca il  bisogno profondo dell’altro, il bisogno di essere amata, creando così una sofferenza profonda legata proprio a questa ambivalenza.

In ognuno di questi percorsi proviamo insieme a dare voce alle proprie  necessità, in un clima di accettazione profonda della propria storia di vita, molte volte non semplici.

Settimana dopo settimana, proviamo a dare una lettura nuova ai comportamenti e alla ripetizione di schemi, ipotizzando che quelli siano gli strumenti  per difendersi dalle emozioni e dalle relazioni.

Molte volte si manifesta, attraverso dei sintomi, la paura di vivere quelle emozioni di cui si sente la mancanza, che in qualche modo si è portati a desiderare ogni giorno  ed allo stesso tempo ad evitare. Proviamo a fare ordine, a riconoscere il dolore ed il desiderio.

Non è semplice far fronte ai propri modelli operativi interni, ovvero le rappresentazioni mentali del mondo, di sé, della figura di accudimento e di sé-con-l’altro.

Spesso  la psicoterapia rappresenta un’occasione per provare  ad accettare se stessi  e la propria storia, con un percorso psicologico ricco di resistenze che, nella relazione terapeutica, si sgretolano, dando l’idea di quanto le fragilità possano diventare nuove risorse.

E’ un processo che richiede  condivisione profonda, è questo  uno degli obiettivi clinici nella relazione terapeutica , che ha lo scopo di integrare emozioni tanto contraddittorie da richiedere la necessità di evitarle.

La relazione terapeutica è  un processo  che può aiutare a trasformare la ferita in resilienza, dando la possibilità a se stessi di stare con l’altro ed “essere con l’altro”.

L’esperto risponde: “Terapia di gruppo”

Questo mese la rubrica è affidata alle dottoresse Giorgia Mattavelli e Ronke Oluwadare che raccontano la loro esperienza in un percorso di Terapia di gruppo.

gruppoDalla fine di gennaio presso la sede di AIED è iniziato un percorso di terapia di gruppo secondo la modalità del gruppo operativo di Enrique Pichon-Rivière.

La terapia di gruppo è una forma di psicoterapia in cui il gruppo ricopre due ruoli: quello di setting e quello di strumento di intervento clinico.

Il contesto gruppale costituisce una significativa opportunità di confronto, scambio ed arricchimento degli schemi di riferimento personali. L’insieme di esperienze, conoscenze e affetti con i quali ogni membro del gruppo pensa e agisce, sono diverse ed il processo di condivisione e confronto che avviene durante gli incontri di terapia non è esente da difficoltà. Ma è questo stesso processo che implica trasformazioni e genera apprendimento, sia a livello individuale che a livello gruppale. Il gruppo agisce quindi come potente amplificatore del processo di cura.

Il compito dell’osservatore è quello di verbalizzare gli incontri,  individuare ed organizzare gli elementi emergenti del gruppo, per rielaborarli poi con il coordinatore. L’osservazione delle interazioni tra i partecipanti durante gli incontri di questi mesi, mi ha concesso la possibilità di cogliere non solo i cambiamenti di ogni singolo partecipante nel tempo, ma anche dei diversi effetti terapeutici del gruppo. Il gruppo è il contesto in cui il paziente apprende il senso della sua esperienza terapeutica e confronta la sua storia con le altre, confrontando senso e competenza all’interno di uno spazio in cui può sentirsi tutelato e libero, agendo nuove parti di sé al fine di raggiungere un maggiore livello di benessere.

Le emozioni nella stanza di terapia si diffondono con un’intensità tale da far emergere nuove parti del sé, anche dell’osservatore. Ascoltando le storie ed i vissuti durante gli incontri, si entra in profonda empatia con i membri del gruppo e si fa il tifo perchè il gruppo viva e cresca.

Si sente il dolore per un lutto mai vissuto, l’entusiasmo per un nuovo amore, la delusione causata da una separazione o l’emozione per un traguardo raggiunto.

Antoine de Saint-Exupery scriveva che non si vede bene che con il cuore. Durante questi mesi in cui ho ricoperto il ruolo di osservatrice, mi sono convinta che valga anche per l’ascolto.

 

L’esperto risponde: I nuovi genitori

La dottoressa Stefania Oddo  per la rubrica de “L’esperto risponde”  di questo mese racconta il gruppo “I nuovi genitori” tenutosi nei mesi scorsi presso Aied Milano.

nuovigenSi è di recente concluso   il percorso di gruppo“ I nuovi genitori”, attraverso cui l’AIED, da anni impegnata nel dialogo con gli adolescenti e le loro famiglie, ha voluto accompagnare molti genitori in questa delicata fase della vita.

Galimberti definisce l’adolescenza come quella fase dell’esistenza in cui “ l’identità appena abbozzata  non si gioca, come nell’adulto, tra ciò che si è e la paura di perdere ciò che si è, ma nel divario, ben più drammatico, tra il non sapere ciò che si è e la paura di non riuscire ad essere ciò che si sogna”.

Un comune senso di precarietà, dunque, ma, al contempo, una radicale differenza, in cui ciascuna delle due generazioni è impegnata a districarsi  nella ridefinizione di una nuova identità.

Il percorso di sostegno alla genitorialità si pone, dunque,  l’obiettivo  di supportare i genitori nella loro difficile funzione, attraverso la condivisione di esperienze, la mobilitazione di risorse emotive, la valorizzazione degli aspetti positivi dell’esperienza quotidiana e l’accoglimento dei nodi problematici nello scambio con i figli. Esso mira alla creazione di una rete che supporti il cambiamento, accogliendo le sfide dei genitori e permettendo loro di ridimensionare le proprie ansie ed il senso di colpa.

Il metodo degli “autocasi” utilizzato dalle conduttrici, fa leva sulla potenza della narrazione e sul suo valore relazionale, consentendo al portatore del caso di rivedere la propria storia da un’angolazione del tutto nuova e più ricca e regalando agli altri membri del gruppo un apprendimento indiretto, attraverso una riflessione congiunta.

Anche quest’anno, il gruppo è divenuto uno spazio prezioso in cui fosse possibile ascoltare nell’altro parti nascoste di sé .

In  fase iniziale, si è piano piano costruita una fiducia di base, sostenuta da solidarietà e comunanza di intenti. Il gruppo portava necessità diversificate, le quali  andavano  dalla richiesta di soluzioni e di risposte al bisogno di supporto nel  tollerare vissuti gravosi, fino all’esigenza di comprendere quali corde interne l’esperienza della relazione col figlio avesse sollecitato, per ritrovare un assetto emotivo più confortevole.

Nella fase centrale del percorso, ogni componente è diventato portatore di ipotesi, soluzioni e prospettive diverse ed, esprimendole, le ha poste a confronto con quelle altrui.

Le conduttrici hanno lavorato sui vissuti, a partire da ciò che i genitori raccontavano. Il focus del lavoro  si è spostato, dunque, dall’adolescente al genitore; ciascun partecipante ha potuto riflettere sulle proprie difficoltà e paure rispetto alla possibilità di dismettere il ruolo precedente, mutuando l’ipotesi di “rinunciare con l’idea di sostituire, più che con quella di perdere”.

I genitori hanno attraversato, insieme, interrogativi spinosi. Una volta ridotta la preoccupazione di non essere all’altezza delle situazioni (“non sono un buon padre/una buona madre”; “non so come comportarmi con i miei figli”) ci si è resi via via conto che non fosse necessario arroccarsi su posizioni categoriali (“sono un genitore e, come tale, devo essere obbedito”) maturando una nuova flessibilità. I partecipanti hanno sentito che, nel momento in cui essi cambiavano, in qualche modo anche il rapporto con i figli ne beneficiava.

Si è fatta strada nel gruppo la constatazione che, quasi sempre, una soluzione definitiva non esiste, che ciascuno dovesse trovare dentro di sé la propria risposta e che fosse legittimo e possibile tornare ad esistere come persona oltre che come genitore.

Quale miglior modo di concludere, se non riportare i feedback di alcuni  partecipanti  ai percorsi di questi ultimi anni:

A: “Anche  se non ho parlato molto, ho molto appreso. Non è che da qui usciamo biondi e con gli occhi azzurri, ne usciamo con i nostri difetti, ma con una consapevolezza nuova”.

E ancora..

B: “Io colgo il cambiamento in me e sono contenta di continuare a cambiare. Sono molto più serena e sento di avere una maggiore centratura su di me e sulle mie risorse. Recupero anch’io un’adolescenza che avevo perso”.

Grazie a tutti i genitori che, con coraggio, si sono messi in gioco.

L’esperto risponde: “Conosciamo l’autostima: il lavoro di gruppo”

Per il mese di giugno affidiamo la nostra rubrica “L’esperto risponde” alla Dott.ssa Giulia Favaretto, Psicologa-Psicoterapeuta in formazione, che racconta del gruppo “Conosciamo l’autostima”.

autostimaSi è concluso da poco il gruppo “Conosciamo l’autostima” un corso di cinque incontri organizzato da AIED Milano. Una iniziativa che voleva essere un’occasione per conoscere qualcosa in più di sé stessi e così è stata. Si sente parlare spesso di Autostima e il più delle volte accostata alla parola mancanza. A pensarci bene una persona non manca mai di autostima, in quanto produciamo costantemente auto- valutazioni: è spesso come ci giudichiamo che ci fa vivere male il rapporto con noi stessi e gli altri. Così quei giudizi generalizzati che rivolgiamo a noi stessi influenzano negativamente le nostre esistenze; è possibile, invece, trasformare un dialogo negativo interno in un dialogo positivo interno che tenga conto anche delle eccezioni e dei contesti. Il viaggio ha consentito di riflettere su tematiche come “l’apprezzamento di sè”, “l’accettazione di limiti ed errori”, “l’affetto sincero per sé stessi” e “l’attenzione ai propri bisogni e l’importanza di comunicarli efficacemente all’altro”, passaggi sicuramente utili da considerare per concedersi nuove e valide possibilità relazionali. Un’ atmosfera di confronto che ha portato i partecipanti a mettersi in gioco, esplorando anche posizioni di cura dell’altro e, per rispecchiamento, di sè, riscoprendo potenze che talvolta, per varie ragioni, restano negate: “La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati. La nostra paura più profonda è di essere potenti oltre ogni limite (…) E’ la nostra luce, non la nostra ombra a spaventarci di più. E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsapevolemente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso. E quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri” (Mandela)

Al prossimo viaggio, vi terremo aggiornati!

L’Esperto risponde: AIED per Progetto Anacaona

La terza puntata della rubrica “L’esperto risponde” questo mese si concentra su il Progetto Anacaona svoltosi tra febbraio e marzo 2017 nell’ambito del seguente progetto regionale: “Comunità latinoamericana e istituzioni italiane unite per aiutare le donne ad uscire dal silenzio”. Il report che trovate di seguito è stato fatto da Sibilio Fernanda, Chiara Altamura , Ronke Oluwadare e Roberta Milazzo.

Gli incontri formativi coordinati da AIED per il progetto “Comunità Latino Americana e Istituzioni Italiane unite per aiutare le donne a uscire dal silenzio” si sono focalizzati sulla formazione dei funzionari consolari e delle promotrici sulla gestione della Relazione di Aiuto. La prima tappa di questo percorso è stata un’analisi e una condivisione del significato della parola violenza e delle reazioni emotive che l’argomento violenza può causare . Con tempi diversi nei due gruppi, la verbalizzazione e la narrazione delle emozioni di ciascun partecipante ha portato a creare un clima di rispetto, fiducia e partecipazione, fondamentale per il contesto di apprendimento. Il percorso è proseguito con l’accompagnare  il gruppo a dare spazio e nuovo senso ai propri vissuti e alle proprie esperienze, a iniziare a riconoscere e valorizzare proprie  risorse e propri  limiti. Comprendendo che l’accettazione e la rinnovata comprensione del proprio vivere e del proprio sentire sono il prerequisito chiave per l’accettazione e la comprensione dell’altro. La meta di questo percorso è stata rappresentata dalla presa di coscienza da parte del gruppo di un cambio di prospettiva e di uno nuovo apprendimento su come vivere e gestire una relazione di aiuto, sana per entrambi i componenti della relazione.I partecipanti si sono ‘portati a casa’ un minor senso di solitudine e di  responsabilità perchè ogni membro ha provato sulla propria pelle di far parte di una rete molto forte. Le coordinatrici AIED hanno riscontrato una attiva partecipazione durante tutti gli incontri, tanta attenzione, propositività e desiderio di fare rete. Lo stile di conduzione scelto ha rivestito un ruolo di facilitatore e testimone di un processo di apprendimento circa le capacità di ciascuno da utilizzare quando si ha a che fare con il tema della violenza .

Sottoriportati i Decaloghi che i due gruppi hanno costruito come piccola guida da interiorizzare per vivere al meglio la relazione d’aiuto.

Decalogo dei Funzionari

  1. Io sono qui per fornire opzioni alle persone
  2. Rispettare le scelte delle altre persone
  3. Il diritto di sentire  e di crearsi spazi di decompressione
  4. Gestire le emozioni
  5. Non sentirsi colpevole
  6. Mantenere alta la propria autostima e non lasciarsi coinvolgere dalla negatività dell’altro
  7. Leggere/Analizzare il proprio bisogno di dare senza limiti
  8. Condividere come modo di prendersi cura di sè e darsi valore
  9. Accettazione

Decalogo delle promotrici

  1. Fare rete (“Siamo dei canali”)
  2. Valorizzare l’altro
  3. Non pretendere l’altro faccia/pensi come noi (RISPETTO)
  4. Ascoltare come modo per dare importanza all’altro
  5. Accettare l’altro
  6. Attenzione a come ci sentiamo noi
  7. Aspettare/Dare tempo all’altro
  8. Stabilire dei confini
  9. Non giudicare/Non criticare
  10. Non assillare/Non fare pressione/Non indagare troppo
  11. Non sostituirsi
  12. Attenzione al linguaggio non verbale (il nostro e il loro)
  13. Essere chiari, leali e franchi
  14. Essere umili (“Io sono accanto a te, siamo insieme”)
  15. Non esercitare il potere del ruolo (“Non ne so più di te”)
  16. Non fare false promesse/Non illudere
  17. Tutelarci /Riconoscere i propri limiti
  18. Non farsi coinvolgere
  19. Empatia/ Rispecchiamento/Fragilità

Il riferimento alla componente culturale sulla Violenza può essere sintetizzato dallo schema qui riportato :

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 L’esperto risponde: “Educazione alla sessualità e all’affettività” il progetto Aied nelle scuole di Milano

educazione-sessuale1La seconda puntata della nostra nuova rubrica “L’esperto risponde” questo mese abbiamo deciso di affidarla alla  dott.ssa Altamura Chiara, psicologa-Psicoterapeuta in formazione presso Aied Milano. Nel suo articolo ci racconta il progetto “Educazione alla sessualità e all’affettività” svoltosi nelle scuole di Milano.

“Il percorso ha coinvolto tutte le classi del secondo anno e si è articolato in due incontri di due ore ciascuno. Il primo incontro è stato condotto da un’ostetrica e una psicologa ed ha fornito informazioni specifiche riguardanti il ciclo mestruale, l’apparato genitale maschile e femminile, le malattie sessualmente trasmissibili, i metodi contraccettivi, i metodi d’emergenza, l’interruzione di gravidanza, la fertilità e le disfunzioni dell’apparato genitale maschile.

Il secondo incontro è stato condotto da due psicologhe (di cui una già presente al primo incontro) e si è focalizzato sul riconoscimento del legame tra sfera affettiva e sessualità, affrontando nel dettaglio le seguenti tematiche: l’innamoramento e la coppia, la comunicazione in famiglia in merito al tema dell’affettività e della sessualità, masturbazione, identità di genere, orientamento sessuale, stereotipi di genere, interruzione di gravidanza, legalità nella sessualità e prime esperienze sessuali.

In tutte le classi sono stati trattati i vari argomenti in maniera completa, ma ogni classe ha avuto una dimensione propria, per cui le operatrici hanno accolto le richieste degli alunni e si sono focalizzate maggiormente su alcune tematiche specifiche differenziandosi classe per classe.

Nel complesso i ragazzi si sono mostrati sin da subito interessati all’argomento e partecipi nel porre domande e chiedere informazioni aggiuntive. Durante i primi incontri è emersa una pregressa conoscenza circa alcuni metodi contraccettivi (soprattutto il profilattico), le malattie sessualmente trasmissibili, il ciclo mestruale e l’apparato riproduttivo maschile e femminile. Nonostante ciò, i ragazzi hanno chiesto molte informazioni sull’utilizzo di alcuni contraccettivi che non conoscevano (cerotto ormonale, anello vaginale e spirale) e su alcune malattie sessualmente trasmissibili a loro meno note (candida, herpes genitale, sifilide). Una maggiore disinformazione pregressa si è riscontrata circa i metodi di emergenza, l’interruzione di gravidanza e la perdita della verginità. In una classe i ragazzi hanno chiesto di parlare di circoncisione, aborto spontaneo e rottura dell’imene.

Per quanto riguarda le tematiche affrontate durante i secondi incontri, è emerso che i ragazzi non si sentono sempre liberi di parlare di sessualità, in una classe è stato particolarmente difficoltoso attivare una riflessione di gruppo, in quanto i ragazzi si sono mostrati molto inibiti e timorosi nell’affrontare questo argomento. Molti vivono l’argomento come un tabu, soprattutto in famiglia, (anche se una minoranza di loro dichiara di parlarne tranquillamente con i genitori), ne parlano spesso con i coetanei, che però non sempre forniscono risposte adeguate alle loro richieste. Internet risulta la fonte più utilizzata per la ricerca di informazioni circa sessualità e affettività.  Anche il tema della masturbazione si affronta con difficoltà, soprattutto per le ragazze che si sentono giudicate e non libere di esprimere le proprie pulsioni sessuali. In molte classi questo argomento ha dato il via a riflessioni molto interessanti sugli stereotipi, in una classe i ragazzi hanno citato momenti storici che hanno portato a cambiamenti culturali che hanno profondamente modificato il ruolo delle donne e degli uomini. Si riscontra anche una grande confusione circa la perdita della verginità. In molte classi i ragazzi hanno dichiarato che è possibile perdere la verginità con la masturbazione. Queste affermazioni hanno permesso di riflettere insieme su questo argomento, arrivando a considerare anche l’aspetto psicologico della perdita della verginità.

Per quanto riguarda l’orientamento sessuale e l’identità di genere, emerge una grande apertura sull’argomento. I ragazzi si attivano molto ed espongono diverse riflessioni. La maggior parte di loro considerano l’omosessualità al pari di qualsiasi altro orientamento sessuale, e non mostrano pregiudizi al riguardo. In una classe alcuni ragazzi chiedono di approfondire la tematica delle adozioni e del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Nell’affrontare le tematiche inerenti soprattutto alla sfera affettiva, è emerso che i ragazzi vivono la sessualità come intrinsecamente legata all’affettività. Per la maggior parte di loro i rapporti sessuali non possono essere slegati dalla componente affettiva poiché la fiducia è una componente indispensabile per la sessualità e la si crea solamente tramite un rapporto affettivo profondo. In alcune classi le ragazze hanno espresso il timore di perdere la relazione affettiva dopo il primo rapporto sessuale.

Per concludere, gli interventi hanno permesso di fornire ai ragazzi maggiori informazioni e, nonostante alcune conoscenze pregresse, i ragazzi stessi hanno dichiarato di avere ricevuto informazioni nuove e di aver chiarito alcuni dubbi sulle conoscenze già acquisite. Molto interesse è stato mostrato anche verso i temi riguardanti l’affettività, argomenti che i ragazzi sentono molto vicini a loro, ma di cui difficilmente parlano.

A conclusione del percorso, abbiamo somministrato dei questionari di gradimento, strumento di valutazione per noi indispensabile per migliorare i nostri interventi.

I risultati ottenuti, volti a promuovere responsabilità e educazione alla prevenzione, ci confermano e ci sostengono nella necessità e utilità dei nostri interventi.”

L’esperto risponde. “Cos’è la follia? La follia è la normalità”

Oggi inauguriamo una nuova rubrica, L’esperto risponde, in cui ogni mese vi proporremo spunti utili a riflettere sulle diverse tematiche che il nostro centro affronta ogni giorno.

Il primo contributo lo affidiamo al dottor Fabio Tognassi che durante l’incontro “La valutazione: bambini e genitori nell’era della performance” tenutosi lo scorso 16 febbraio presso la nostra sede, ha approfondito, tra le diverse cose, anche il tema della follia.